La mia Pizzica, a piedi nudi…

Sono entrata in contatto con la danza popolare nel 1998. Durante un seminario presso l’Università di Lecce ho avuto la fortuna di conoscere l’etnomusicologo Giorgio Di Lecce, allora già leader degli Arakne Mediterranea. Grazie a lui ho conosciuto il valore insito in queste danze, il senso vero di riprodurle. Ho imparato ad ascoltare quei ritmi ridondanti che evocavano in me una conoscenza antica, che mi mettevano in contatto con i miei antenati, con i miei nonni, con la mia terra, con i racconti di quand’ero bambina.

Giorgio mi ha vista danzare ed ha capito subito quanto vibrassero in me quei ritmi, quanto risuonassero quelle melodie, quanto forte sentissi dentro il richiamo di questa tradizione danzata.

La “Pizzica”…
se chiudo gli occhi so esattamente in quale parte del mio corpo si trova …
è nella pancia, è dentro che gira vorticosamente e senza sosta come un dervishi.
E’ sempre presente e non mi permette di star ferma quando da lontano sento quel tamburello suonare e risuonare.
Le note danzano intorno all’ombelico e si irradiano come energia pura per tutto il corpo.
E sento di più, e sento oltre.
Tutti gli organi diventano spugna che pulsa e vive ad un livello più forte e più intenso.
Questo provo quando danzo la mia Pizzica.

E’ per questa ragione che danzo scalza …
amo sentire la terra sotto i miei piedi, mentre danzo mi sento in contatto, in comunicazione elettiva con il mondo tutto.

Da quel giorno del 1998 in cui ho danzato la Pizzica per la prima volta ne ho vissute tante di esperienze.
La tournee a Genova con gli Arakne per il Festival del Mediterraneo del 2000 e qualche altra collaborazione importante.

Poi l’urgenza della ricerca.
Le estati in giro per il Salento con la mia amica antropologa di Oxford ad osservare gli anziani danzare, a intervistarli, a interagire con loro nel movimento.
Sono rimaste tutte esperienze indimenticabili, che hanno nutrito e radicato la mia passione.

Erano quelli anni in cui nella mia città parlare di Pizzica con i coetanei mi faceva sentire un pesce fuor d’acqua, andava di moda la musica techno, i priveè underground nelle discoteche, e gli amici mi chiamavano “antica”.
Tante cose sono cambiate oggi.
Oggi la Pizzica è moda, fa tendenza.
Oggi la Pizzica è business.
Si vive, ormai da qualche anno, sulla scia di un revival culturale che molto spesso elude lo studio dei fenomeni e la passione imprescindibile che dovrebbe accompagnarli e, al contrario, si nutre di folk da supermercato, di categorie improbabili, di corsi “mordi e fuggi” che spesso sono portatori di messaggi superficiali o addirittura errati.

Io nella danza resto sempre la stessa.
Mi lascio ancora oggi attraversare da quello stupore, da quel senso di “appartenenza”.
Ascolto la magia archetipica di quei momenti.
Anche quando non danzo, resto in ascolto …
Resto in ascolto quando scrivo la sceneggiatura o curo la regia dei miei spettacoli.
Resto in ascolto quando lavoro con gli allievi dei miei laboratori in Italia e all’estero.
Non c’è passo o “figura” che valga quanto l’ascolto del ritmo interiore.
Ogni movimento ci accomuna agli altri esseri viventi e al contempo racconta di un’identità forte alla quale, anche inconsapevolmente, apparteniamo.

Le movenze di questa danza sono molto semplici, in tanti possono trasmetterle con più o meno chiarezza e precisione.
Non bisogna mai dimenticare però che si tratta di danze popolari in cui è l’espressività della gente comune a dover emergere.
Non si può etichettare un passo, non si può nella sua descrizione non attingere al vissuto storico e antropologico che lo ha generato. Sarebbe come privarlo dell’essenza stessa che gli ha dato vita …
che lo ha portato oggi “autenticamente” sino a noi.
Chiara Sergio

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